Giovanna era una ragazzina di
dodici anni ed aveva una grande passione: il disegno.
Tutte le volte in cui si sentiva
annoiata e triste o, al contrario, felice e spensierata, prendeva una
matita e tracciava tante linee, curve, spigolose, attorcigliate,
lunghe, brevi: non aveva importanza di quale forma fossero,
l'importante era che le risollevassero l'umore e che, alla fine,
creassero personaggi, universi e storie.
Un pomeriggio Giovanna dimenticò
matite, fogli e pennarelli sul tavolo di cucina: fu così che la
madre sbirciò tra i capolavori abbandonati su quel tavolo ed
esclamò, con un pizzico di amarezza:
“Meravigliosi! Questi disegni
sono davvero bellissimi. Chissà per quale motivo la mia piccolina
non mi ha mai parlato di questa sua passione!”
Pensò di chiamare Giovanna per
chiederle spiegazioni ma si trattenne perché conosceva bene la
timidezza di quest'ultima, dunque decise di attendere il momento più
opportuno per affrontare il discorso.
Nel frattempo Giovanna era
andata al parco del quartiere e stava giocando a palla avvelenata con
i suoi amici. Era uno splendida giornata e lei era assai contenta di
dedicare parte del tempo libero all'aria aperta: ma all'improvviso si
ricordò di aver lasciato i disegni incustoditi, e in men che non si
dica smise di giocare e tornò indietro correndo.
“Mamma!” gridò, non appena
ebbe varcato la porta d'ingresso, respirando forte a causa
dell'intenso sforzo fisico: “Dove sono i miei disegni?”, domandò
con voce flebile. Era terrorizzata: nessuno doveva permettersi di
entrare nei suoi sogni e le sue opere rispecchiavano i suoi più
intimi desideri.
“Si trovano dove li hai
lasciati”, rispose la madre in modo pacato: “Stai tranquilla, non
ho curiosato tra le tue cose. Tuttavia, non ho potuto evitare di
lanciare uno sguardo ai fogli da te appoggiati sul tavolo. Non l'ho
fatto di proposito, erano scoperti, sparpagliati là sopra. Devo
ammettere che sono veramente stupendi e di essermi chiesta il motivo
della tua vergogna nel mostrarli al prossimo”.
Giovanna provò un grande
imbarazzo, si sentì in colpa ma nonostante ciò tentò di ribattere:
“Avevo paura che tu considerassi ciò che faccio come qualcosa di
inutile, mentre per me disegnare è la cosa più importante di
tutte”.
Lo sguardo della madre divenne
talmente affettuoso da spingere Giovanna ad aggiungere alcune parole:
“Io ti voglio bene ma non so se capiresti il mio mondo”.
“Forse sì”, rispose a sua
volta la madre: “Forse no. Questo non possiamo saperlo. Sappi che
non sono qua per costringerti a farmi vedere le tue opere, bensì per
trasmettere tutto il mio orgoglio nei tuoi confronti. Sono orgogliosa
di quello che sei e di ciò che fai e lo sarò sempre, anche e
soprattutto nei periodi più bui della tua vita”.
Dopo aver ascoltato queste
ultime parole, Giovanna si rilassò del tutto e fu sicura di una
cosa: la mamma non avrebbe mai compreso il significato dei disegni,
ma avrebbe comunque accettato l'esistenza della creatività della
figlia, e con essa l'esistenza e i mutamenti che sarebbero avvenuti
con il passare degli anni, all'interno della propria famiglia e
all'esterno di essa.