mercoledì 15 ottobre 2014

SULL'AUTOSTIMA: IL TALENTO DI GIOVANNA

Giovanna era una ragazzina di dodici anni ed aveva una grande passione: il disegno.
Tutte le volte in cui si sentiva annoiata e triste o, al contrario, felice e spensierata, prendeva una matita e tracciava tante linee, curve, spigolose, attorcigliate, lunghe, brevi: non aveva importanza di quale forma fossero, l'importante era che le risollevassero l'umore e che, alla fine, creassero personaggi, universi e storie.
Un pomeriggio Giovanna dimenticò matite, fogli e pennarelli sul tavolo di cucina: fu così che la madre sbirciò tra i capolavori abbandonati su quel tavolo ed esclamò, con un pizzico di amarezza:
Meravigliosi! Questi disegni sono davvero bellissimi. Chissà per quale motivo la mia piccolina non mi ha mai parlato di questa sua passione!”
Pensò di chiamare Giovanna per chiederle spiegazioni ma si trattenne perché conosceva bene la timidezza di quest'ultima, dunque decise di attendere il momento più opportuno per affrontare il discorso.
Nel frattempo Giovanna era andata al parco del quartiere e stava giocando a palla avvelenata con i suoi amici. Era uno splendida giornata e lei era assai contenta di dedicare parte del tempo libero all'aria aperta: ma all'improvviso si ricordò di aver lasciato i disegni incustoditi, e in men che non si dica smise di giocare e tornò indietro correndo.
Mamma!” gridò, non appena ebbe varcato la porta d'ingresso, respirando forte a causa dell'intenso sforzo fisico: “Dove sono i miei disegni?”, domandò con voce flebile. Era terrorizzata: nessuno doveva permettersi di entrare nei suoi sogni e le sue opere rispecchiavano i suoi più intimi desideri.
Si trovano dove li hai lasciati”, rispose la madre in modo pacato: “Stai tranquilla, non ho curiosato tra le tue cose. Tuttavia, non ho potuto evitare di lanciare uno sguardo ai fogli da te appoggiati sul tavolo. Non l'ho fatto di proposito, erano scoperti, sparpagliati là sopra. Devo ammettere che sono veramente stupendi e di essermi chiesta il motivo della tua vergogna nel mostrarli al prossimo”.
Giovanna provò un grande imbarazzo, si sentì in colpa ma nonostante ciò tentò di ribattere: “Avevo paura che tu considerassi ciò che faccio come qualcosa di inutile, mentre per me disegnare è la cosa più importante di tutte”.
Lo sguardo della madre divenne talmente affettuoso da spingere Giovanna ad aggiungere alcune parole: “Io ti voglio bene ma non so se capiresti il mio mondo”.
Forse sì”, rispose a sua volta la madre: “Forse no. Questo non possiamo saperlo. Sappi che non sono qua per costringerti a farmi vedere le tue opere, bensì per trasmettere tutto il mio orgoglio nei tuoi confronti. Sono orgogliosa di quello che sei e di ciò che fai e lo sarò sempre, anche e soprattutto nei periodi più bui della tua vita”.

Dopo aver ascoltato queste ultime parole, Giovanna si rilassò del tutto e fu sicura di una cosa: la mamma non avrebbe mai compreso il significato dei disegni, ma avrebbe comunque accettato l'esistenza della creatività della figlia, e con essa l'esistenza e i mutamenti che sarebbero avvenuti con il passare degli anni, all'interno della propria famiglia e all'esterno di essa.

SULL'INVIDIA: I DUE CRICETI


Vi racconterò di Ebe, la cricetina invidiosa, e di Neve, il cricetino timoroso.

I due piccoli roditori vivevano nella stessa gabbietta, condividendo lo stesso cibo, la stessa acqua ed anche la stessa casa: grazie a quest'ultima spesso si addormentavano al calduccio, avvolti in un soffice strato di carta candida. Tuttavia, non erano affatto capaci di andare d'amore e d'accordo, anzi: ogni motivo era buono per bisticciare. Di solito la prima a trovare un pretesto per litigare era Ebe.
Un giorno Neve, rattristato dal comportamento scocciato della compagna, tentò di allungare una zampetta verso di lei per accarezzarla, in modo da poterle trasmettere il suo affetto e magari di riuscire a calmarla: ma Ebe si voltò di scatto e lo morse.
Ahi ahi ahi!” gridò Neve, saltellando dal dolore: “Ma come mai sei così cattiva con me? Cosa ti ho fatto di male?” aggiunse poi, piangendo a dirotto: “Vorrei solo starti vicino e farti stare tranquilla”.
Non è questo il modo per farmi stare serena”, ribattè aggressiva Neve, lisciandosi la testolina con le zampe anteriori: “Mi sento sola perché tu sei diverso da me: non mi sento a mio agio. Ogni volta che vediamo la nostra immagine riflessa nell'acqua dentro alla ciotola nell'angolo della gabbia, beh, si vede benissimo che tu sei più bianco di me e per la nostra specie è motivo di orgoglio possedere un manto così candido. Il mio pelo, al contrario, è talmente scuro da sembrare quasi nero. Odio il mio pelo e odio te perché quando ti guardo mi fai venire a mente quanto io sia brutta e sgraziata”.
Che cose orribili mi dici”, mormorò Neve: “Tu per me sei tanto bella, bella bellissima”.
Non dire fesserie!” esclamò Ebe, correndo a rifugiarsi nella casetta in legno e nascondendosi con i trucioli di carta raccolti dal fondo della gabbia. “Io sono brutta e rimarrò sempre brutta. Tu sei bello e rimarrai sempre bello. Non facciamo parte dello stesso mondo, non ti voglio più vedere”.
Neve rimase impietrito dopo aver ascoltato le ultime parole di Ebe: scoppiò a piangere silenziosamente e si arrotolò su se stesso, distrutto dal dolore.
Nel frattempo, il padrone dei cricetini stava tornando a casa portando con sé un'altra gabbia molto grande. All'interno della gabbia c'erano due cocorite, una femmina con le piume tutte gialle e un maschio con piume di colori sgargianti: piume verdi, rosse e nere. Le cocorite cantavano un sacco, chiacchieravano allegre tra di loro e si grattavano le testoline a vicenda, in segno di affetto e di amicizia.
La loro gabbia era stata posizionata a fianco di quella dei cricetini, cosicché questi ultimi potevano osservare gli atteggiamenti delle cocorite in ogni momento del giorno.
Una mattina accadde che Neve decise di chiedere loro un consiglio:
Cari vicini di casa, come posso fare affinché il rapporto tra me e la mia compagna diventi colmo di amore come il vostro?”
Tu fai molto per la tua compagna”, rispose il maschio variopinto: “Non puoi fare altro se non che continuare ad offrirle il tuo amore”.
Non è proprio così”, si intromise la femmina, la quale, con la coda dell'occhio, aveva notato la presenza di Ebe nascosta dietro un mucchietto di carta e di semi di girasole, poco distante da Neve: “Probabilmente la cricetina è un po' insicura. Prova a farle capire che tutti noi siamo belli ed importanti, a modo nostro. Che cosa dovrei dire io, allora? Così gialla, sembro un pulcino. Eppure sono felice così, perché ho tante altre qualità e senza di me il mio compagno non riuscirebbe a sopravvivere, né qua dentro, né tantomeno altrove, in un mondo in cui noi due saremmo nient'altro che un numero, una tra le infinite coppie di animali in lotta per la sopravvivenza. Senza la mia costanza, la mia umiltà, il mio senso del dovere, la mia dolcezza, le mia meticolosità, la mia flessibilità, che fine farebbe, lui? L'unica cosa che sa fare è vantarsi del suo splendido piumaggio! Questo lo aiuterebbe a trovare tante femmine, è vero: ma nessuna di loro sarebbe capace di supportarlo come faccio io. Lo affiancherebbero per qualche tempo e poi fuggirebbero altrove. Io non conosco solo la sua bellezza, conosco molteplici aspetti di lui: e lui, di me. Solo noi due assieme ci completiamo. Sono sicura che vale lo stesso anche per te e la tua piccola compagna”.
Grazie di tutto, cari amici”, disse Neve, accennando un lieve inchino: “I vostri consigli sono stati preziosi per me. Adesso so che dovrò essere paziente e perseverare nel dimostrare dolcezza e affetto alla mia spaventata compagna. Un caro saluto, a presto!”
Nel mentre, Ebe stava piangendo di gioia, perché il discorso della cocorita gialla le aveva riempito il cuore di sollievo e di gratitudine: adesso era pronta ad affidarsi al proprio compagno, senza temere di essere abbandonata. Stavolta fu lei ad avvicinare Neve e ad abbracciarlo forte: quest'ultimo la avvolse nel morbido manto bianco, rassicurandola.
Alle volte la felicità esplode attraverso le lacrime ed attraverso le lacrime scorrono via i cattivi pensieri: fu così che Ebe pianse e pianse ancora, pianse sino all'alba, e Neve assieme a lei e poi, dopo essersi liberati dalla pesante tristezza che nel passato aveva appesantito i loro cuori, entrambi guardarono il cielo dorato chiudendo gli occhietti, accoccolandosi l'uno accanto all'altra, pronti ad iniziare una nuova vita assieme.



giovedì 2 ottobre 2014

IL BIGHERO CURIOSO

Nel mondo, grande com’è, ci sono paesi caldi, paesi freddi, paesi piccoli, paesi enormi, paesi ventosi, paesi nascosti ed anche tanti, tantissimi paesi umidi.
In questi paesi piove sempre e certe volte fa anche caldo, poiché quando piove non sempre fa molto freddo: pensate agli acquazzoni primaverili!
Sole e nuvole si incontrano spesso e finiscono per fare amicizia, e in luoghi così particolari nascono una gran varietà di animali e di piante.
A noi non interessa raccontare di animali famosi come ragni, scimmie, giaguari, coccodrilli, i quali sicuramente già conoscete: bensì di una creatura minuscola ma tutta speciale, chiamata bighero.
I bigheri sono piccoli insetti con il corpicino corazzato e innumerevoli zampette laterali.
Alcuni bigheri sono chiari, altri scuri, altri ancora trasparenti: ma li potete riconoscere perché si riuniscono a centinaia presso posti acquosi.
Stanno bene l’uno accanto all’altro e quando trovano l’acqua già si sentono felici.
Uno soltanto, ai tempi del nostro racconti, non era affatto contento: il suo nome era Bighero Curioso.
Bighero Curioso sopravviveva bene nell’acqua, aveva tanti amici, era ammirato per via della bella corazza trasparente e marroncina, ma non era soddisfatto: il suo più grande sogno era quello di vedere il mondo fuori dalle pozze d’acqua.
Allora un mattino decise di avventurarsi oltre le pozze:
Non andare” gli dissero i suoi amici bigheri: “ Laggiù sarai tristissimo senza di noi! E poi, è troppo pericoloso!”
Avete ragione, è pericoloso”, rispose lui: “Ma non posso farne a meno. Arrivederci amici!”
Ebbe così inizio il suo viaggio nel Grande Mondo Umido.
Subito incontrò Grande Albero e le sue Molteplici Chiome.
Bighero Curioso si spaventò molto: appena uscito dalla familiare pozzanghera, e già a contatto con qualcosa di così gigantesco!
Aiuto! Quanto è grande! Chissà se riuscirà a vedermi? Non mi calpesterà, spero!, pensò.
Ma Grande Albero lo aveva visto eccome e, dopo un attimo di stupore, ridendo con voce tonante, chiese al piccolo bighero:
Dove stai andando? Non sai che il mondo è pieno di cose brutte? Io vedo tante cose orribili, da quassù. Tornatene a casa!”
No, non posso!” esclamò Bighero Curioso: “Ho promesso ai miei amici che avrei esplorato tanti posti: se tornassi a casa adesso, che figura ci farei?”
Come desideri” sospirò la grande creatura. Dopodiché continuò a stare ferma, aspettando il prossimo temporale.
Pochi minuti dopo, Bighero Curioso si imbatté in un esemplare davvero strano, con quattro ali, due ampie e due sottili, un corpo magrolino e una testa tonda con antenne vibranti, ed infine occhi e bocca sorridenti.
Bighero Curioso si presentò con gentilezza ed il bizzarro tesserino cominciò a fluttuare nell’aria, sbattendo lievemente le ali.
Piacere da Chiara Farfalla”
Saper volare deve essere bellissimo! Mi insegneresti?” , domandò speranzoso Bighero Curioso.
Chiara Farfalla volteggiò ancora, poi scosse la testa.
Non posso, mi dispiace. Con quel corpo pesante non riusciresti a sollevarti…e soprattutto, dove sono le tue ali?”
Bighero Curioso era talmente entusiasta nella scoperta di tante novità, da scordare persino di non avere le ali!
Perbacco! Sono davvero sbadato.”
Le pozzanghere sono assai più comode per te”, consigliò la farfalla, con premura.
Parli bene, tu…si vede che non hai mai vissuto rotolandoti in pochi millimetri d’acqua; giorno dopo giorno, non ne puoi più!” puntualizzò Bighero Curioso, un po’ risentito.
Mi dispiace”, disse Chiara Farfalla: “Ora sono triste, non volevo offenderti, ma è la verità. Siamo diversi, ma possiamo essere amici lo stesso, se vuoi”.
Bighero Curioso pensò che non sarebbe mai stato davvero amico di Chiara Farfalla; lei era capace di volare, di fare qualcosa di meraviglioso…lui invece no, sapeva solo rotolarsi in pozzanghere sporche!
Sebbene giù di morale, Bighero Curioso proseguì lo stesso, ma ad un certo punto si bloccò davanti ad un muro e rimase sconvolto: cos’era quell’infinita parete di cemento?
Decise di scalare il muro: dapprima felice, perché si sentiva capace ed in gamba, poi stanchissimo, perché il muro era davvero troppo, troppo alto!
Bighero Curioso si fermò un momento per riprendere fiato e, voltando lo sguardo prima a destra, poi a sinistra, si accorse che le piante e gli animali attorno a lui vivevano senza fatica, dedicandosi ad attività semplici e spontanee per la loro specie.
Ed erano felici vivendo a quel modo.
Allora Bighero Curioso decise di tornare subito a casa ed i suoi amici organizzarono una festa di Bentornato solo e soltanto per lui.
Sei un bighero speciale”, lo acclamarono: “Hai visto tanto ed hai capito che basta poco; che tutti nasciamo in un paese, a contatto con i propri simili, e possiamo raggiungere la felicità solo rimando nei nostri luoghi”.
Allora era vero!
Bighero Curioso non era mai stato solo: accecato da desideri irrealizzabili, si era dimenticato della propria famiglia e del calore della propria casa.
Adesso Bighero Curioso è diventato nonno e non si stanca mai di raccontare ai nipotini le avventure da lui vissute nel Grande Mondo umido. Ecco cosa insegna anche a noi:
Rendete bella la nostra pozzanghera.
Ascoltate la Natura e lei vi guiderà nei luoghi adatti a voi.
Non fuggite lontano, non sarete mai tanto preziosi quanto potreste esserlo qua.
Abbiate fiducia e impegnatevi tanto.
Vogliate bene alla vostra famiglia e ai vostri amici.
Rispettateli, aiutateli e chiedete scusa quando vi capita di sbagliare.
Seguite i miei consigli e vedrete, tutto sarà sempre più bello.